Di chi è questo piatto?

Alle volte c’è un caos difficile da dire. Solo se sei stato dall’altra parte della barricata puoi sapere di cosa si tratta esattamente. Aperitivo, spettacolo, gente che approfitta della calura estiva per stare all’aria aperta, gente che cena, gente di fretta che sai, comincia il circo nel tendone. Quattro persone che lavorano e duecento dall’altra parte del bancone. Le quattro persone che lavorano non si guardano mai in faccia, sudano, pensano e richiamano continuamente a memoria ciò che devono fare dopo quello che stanno facendo, macinano chilometri e si fanno venire chiappe d’acciaio sprofondando nella stramaledetta ghiaia che circonda il chiosco. I quattro sanno esattamente come muoversi e qual è il ruolo di ciascuno affinché il risultato sia la sincronia.

Sarebbe un meccanismo perfetto. Sarebbe un meccanismo perfetto se non ci fosse la variabile umana a fare continuamente trappetta. Sarebbe un meccanismo perfetto se i duecento nel prato e sotto i gazebo invece che persone fossero automi. E invece, mentre vai e pensi e spilli e sprofondi nella ghiaia con le infradito perché ci sono un sacco di gradi o almeno a te sembra così, c’è la signora che ti placca per chiederti quale strategia può adottare per passare davanti agli altri centonovantanove che stanno prima di lei; quella che vorrebbe ordinare in fretta perché la stanno divorando le zanzare, come se poi andasse a consumare la cena da un’altra parte o forse come se il fatto di aver ordinato la mettesse al riparo dalle punture d’insetto, il surrogato di un enorme zampirone; quello che pensa di spillarsi la birra da solo, senza chiedere niente a nessuno, perché è una vita che sogna di farlo. Non ha previsto però che anche le cose all’apparenza più banali necessitano di competenze e così si allontana sorseggiando un bel bicchierone di schiuma. Poi c’è quella che non sa cosa bere, quello che non sa cosa mangiare, l’intollerante, l’intollerabile, quello che sta morendo di sete, quella che ha un calo di zuccheri, quella che vuole i grissini per il bimbo, ma non ce l’hai quelli al mais? Ognuno con un’esigenza, una richiesta, una peculiarità. Una trappetta continua. Un intoppo perenne al meccanismo perfetto. Ma i quattro continuano. Corrono, sudano, ascoltano, accontentano e sono talmente in sintonia che quando uno domanda: “Di chi è questo piatto?” “È di quella che si sta tenendo le orecchie” si capiscono e vanno, velocissimi.

È la vita al di qua della barricata, quando c’è quel caos difficile da dire.

Ma la vita al di qua della barricata, a fine serata, quando ti dici “E quello che si è spillato la birra da solo?” è meravigliosa.

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